Una cosa che è sicuramente cambiata nel nuovo secolo è quello che potremmo chiamare il paradigma informativo.
Non è mia intenzione affrontare qui il tema, anche perché non ne ho le competenze; mi basta però rilevare che l’accesso alle informazioni è drasticamente cambiato grazie allo sviluppo di nuove modalità e tecnologie.
Per quanto riguarda i partiti, questo cambiamento è stato significativo, modificando e, in alcune occasioni, ribaltando, l’asimmetria informativa che ha caratterizzato, in qualche modo, il secolo scorso: i partiti erano allora un mezzo per essere informati, le sezioni assolvevano anche al compito di far passare informazioni e notizie verso il basso a partire da una classe dirigente che, si supponeva, a queste informazioni aveva accesso.
In questo contesto era quindi “normale”, e quasi necessario per chi voleva approfondire i temi di attualità politica, frequentare le sezioni o comunque le sedi di partito, per mantenere un contatto con il mondo e venire informati, e formati, su quello che accadeva. E i partiti erano strutturati per affrontare quel modello, con dirigenti di vario livello, scuole e sedi.
Oggi non è più così. Le informazioni transitano spesso in direzione opposta: capita sempre più frequentemente che siano gli elettori ad essere più informati – o competenti – dei dirigenti di partito e siano quindi in grado, loro, di trasmettere contributi e informazioni, contribuendo all’elaborazione politica.
L’incapacità dei partiti di cogliere appieno questo cambiamento ha poi fatto sì che l’allontanamento di elettori e cittadini dalle loro sedi per cercare altri luoghi e ambiti in cui militare e influenzare la vita politica e sociale (spesso anche solo nel proprio ambito professionale) sia diventato un fenomeno non solo molto marcato, ma anche giustificato.
Premesso che l’esistenza dei partiti politici è da considerarsi comunque un arricchimento del contesto democratico del Paese, va capito come un partito possa e debba, oggi, evolvere e lavorare per continuare a “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”, come descritto nell’Articolo 49 della Costituzione.
E’ evidente che la loro struttura non può più riflettere l’impostazione comune nei grandi partiti del secolo scorso, con una capillare presenza sul territorio e dirigenza “pesante”.
Quello che serve è invece un partito “leggero” e flessibile, capace di coinvolgere e di cogliere al volo quello che la società comunica, e al tempo stesso capace di comunicare alla società l’idea e la visione del Paese che nascono dall’elaborazione. Perché, alla fine, questo dovrebbe essere l’obiettivo ultimo di un partito: esprimere un “manifesto” di visione e governo del Paese, intorno al quale aggregare consenso e voti, e diventare strumento per il governo del Paese, nel rispetto della reciproca indipendenza tra governo e partito.
In questa direzione va l’idea di avere un segretario che sia anche candidato premier, capace di aggregare attorno a se idee e persone, rilanciando poi il manifesto come azione di governo. Un leader, come leader sono stati Blair e Schroeder, e come è, forse, adesso Miliband, tanto per citare alcuni esempi. (A questo proposito, sarebbe bene evitare di trasformare l’idea di leader nel babau del momento, ché l’alternativa è l’autogestione, la quale porta alla disgregazione o al personalismo, questi sì da evitare).
Ecco, così dovrebbe diventare il Partito Democratico. L’idea alla base della sua costituzione mi pare fosse proprio questa, poi qualcosa è andato storto.
Oggi possiamo ricominciare lì da dove la storia si era interrotta
Non è mia intenzione affrontare qui il tema, anche perché non ne ho le competenze; mi basta però rilevare che l’accesso alle informazioni è drasticamente cambiato grazie allo sviluppo di nuove modalità e tecnologie.
Per quanto riguarda i partiti, questo cambiamento è stato significativo, modificando e, in alcune occasioni, ribaltando, l’asimmetria informativa che ha caratterizzato, in qualche modo, il secolo scorso: i partiti erano allora un mezzo per essere informati, le sezioni assolvevano anche al compito di far passare informazioni e notizie verso il basso a partire da una classe dirigente che, si supponeva, a queste informazioni aveva accesso.
In questo contesto era quindi “normale”, e quasi necessario per chi voleva approfondire i temi di attualità politica, frequentare le sezioni o comunque le sedi di partito, per mantenere un contatto con il mondo e venire informati, e formati, su quello che accadeva. E i partiti erano strutturati per affrontare quel modello, con dirigenti di vario livello, scuole e sedi.
Oggi non è più così. Le informazioni transitano spesso in direzione opposta: capita sempre più frequentemente che siano gli elettori ad essere più informati – o competenti – dei dirigenti di partito e siano quindi in grado, loro, di trasmettere contributi e informazioni, contribuendo all’elaborazione politica.
L’incapacità dei partiti di cogliere appieno questo cambiamento ha poi fatto sì che l’allontanamento di elettori e cittadini dalle loro sedi per cercare altri luoghi e ambiti in cui militare e influenzare la vita politica e sociale (spesso anche solo nel proprio ambito professionale) sia diventato un fenomeno non solo molto marcato, ma anche giustificato.
Premesso che l’esistenza dei partiti politici è da considerarsi comunque un arricchimento del contesto democratico del Paese, va capito come un partito possa e debba, oggi, evolvere e lavorare per continuare a “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”, come descritto nell’Articolo 49 della Costituzione.
E’ evidente che la loro struttura non può più riflettere l’impostazione comune nei grandi partiti del secolo scorso, con una capillare presenza sul territorio e dirigenza “pesante”.
Quello che serve è invece un partito “leggero” e flessibile, capace di coinvolgere e di cogliere al volo quello che la società comunica, e al tempo stesso capace di comunicare alla società l’idea e la visione del Paese che nascono dall’elaborazione. Perché, alla fine, questo dovrebbe essere l’obiettivo ultimo di un partito: esprimere un “manifesto” di visione e governo del Paese, intorno al quale aggregare consenso e voti, e diventare strumento per il governo del Paese, nel rispetto della reciproca indipendenza tra governo e partito.
In questa direzione va l’idea di avere un segretario che sia anche candidato premier, capace di aggregare attorno a se idee e persone, rilanciando poi il manifesto come azione di governo. Un leader, come leader sono stati Blair e Schroeder, e come è, forse, adesso Miliband, tanto per citare alcuni esempi. (A questo proposito, sarebbe bene evitare di trasformare l’idea di leader nel babau del momento, ché l’alternativa è l’autogestione, la quale porta alla disgregazione o al personalismo, questi sì da evitare).
Ecco, così dovrebbe diventare il Partito Democratico. L’idea alla base della sua costituzione mi pare fosse proprio questa, poi qualcosa è andato storto.
Oggi possiamo ricominciare lì da dove la storia si era interrotta
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